domenica 15 giugno 2014

Il giro del giorno in un mondo

Il giro del mondo in un giorno,
il giro del giorno in un mondo,
nel giro di un giorno il giro del mondo…
Rit: -Dimmi, dimmi tu se c’ero o no, io non distinguo  falso e vero, ma man..
ma in questi  giorni i miei sogni van su, la mani van su, i richiami van su!
Dimmi, dimmi tu che passa man, in questa gabbia manca l’aria oooh
e mentre parlo i miei occhi van su, oh no, e mentre parlo i miei sogni va su!
Io vidi posti che mai vidi mai, navigai fra i sogni coi miei marinai,
vidi genti e terre che tu mai vedrai, culture sconosciute, ribelli e focolai.
Io non so più quello che è vero, frutto del mio pensiero,
fu tanto tempo fa, da tanto tempo ma la mia mente forse mentirà-.
J. apriva i suoi occhi quand’era giorno
e rigettava il torto che vedeva attorno,
si richiudeva nel sonno e in un secondo
se ne scappava nel suo viaggio attorno al mondo.
Salpò in una delle tante albe col cielo a scaglie
poi si voltò a salutare là il porto di Buenos Aires,
lui avventuriero fiero sul suo veliero,
immortalato in bianco e nero dal lampo di magnesio.
…e non temeva la  morte né le intemperie man, lui uomo solo in mare aperto,
diceva: -Quello che voglio lo posso prendere e ciò che resta saranno abissi e deserto!-.
Solcò l’Atlantico in una notte, al mattino vide gli scogli,
viaggiò sfidando la morte sulle tratte dei capodogli,
quando arrivò a Madeira  avvistò il sole fra i palmizi:
il ceppo basaltico coperto di mimose ed eucalipti,
poi giù a capofitto favorito dagli dei,
il tragitto verso Sud tra i flussi asciutti degli Alisei,
dalla sommità del ponte guardando ad Oriente
poteva scorgere all’orizzonte la linea della curva terrestre.
Aveva stoffa l’uomo, passò la Costa d’oro,
nel suo costa a costa esibiva un doppio rostro,
a tutti costi doppiò il capo dell’olandese volante
dove il gigante fatto roccia divideva le masse oceaniche;
mentre passava la lacrima indiana il vento aumentava,
sfidò pioggia e cicloni, la forza dei Monsoni,
verso la fossa di Giava fino alla baia del Bengala
vide l’Himalaya: tetto del mondo sul fondo dell’Asia.
Rit.
-…ma megabro!- ma lui non temeva niente perché niente poteva mai  perdere,
diceva -Uohh!  È tutto nella mia mente e la mia mente si prova a difendere…
e io ora libero davvero, come forse non tornerò mai-
diceva -Ueoh…ueohh!.... e  questo mare incanta man,
ueoh..ueoh..e la mia mente scappa e va!-.
Sentendo il rumore del vento strinse il timone  fra i pollici,
la gioia dal cuore si rovesciava negli occhi indomiti,
Sumatra s’annunciò negli estuari delle gore,
ne vide i megaliti vari ergersi fra le mangrovie,
ma il suo sguardo era altrove,  levigato dal sole
che sfibrava cirri e nembi in corsa verso l’Ovest,
ora filava a vele complete di controfiocco  
là dove anche le baleniere non s’arrischiavano al sorpasso del tropico.
Contro ogni monito fra le rade del mare australe
cazzava una nuova randa bianca
finché  non vide i banchi di ghiaccio galleggiare
alla deriva della Nuova Zelanda per poi sparire nell’aere.
Vide spuntare nuove isole fra le mattine,
sotto la spinta delle eruzioni vulcaniche sottomarine,
ascese nell’azzurro cobalto del mare di Polinesia,
la distesa d’acqua screziata di blu acciaio ed ardesia..
poi fra i salti da i branchi di pesci volanti a nuove mete
e sopra albatri con ali ampie fino a tre tese,
avvistò il continente mentre la luna cresceva,  
vide i pescatori di Marlin andare al largo anche s’era sera.
Poi un suono interruppe il suo sguardo verso la costa,
era la voce della guardia delle otto che apriva la porta,
spingeva una tazza sporca colma di sbobba,
l’unico sbuffo d’aria in una giornata di tanfo e penombra.
J. si destò, rivide i muri della cella in cemento,
lui detenuto recluso in isolamento da tempo
ma già chiudeva gli occhi e dopo un solo momento
salpava verso nuovi lidi sospinto da un vento fresco ed eterno.

Rit:

domenica 28 ottobre 2012

Mari infiniti pt.2


Tra i flussi dei venti violenti  e i nembi nei cieli neri,

io fui travolto da un onda di trenta metri interi

poi fui portato giù a fondo per trenta piedi pieni

vidi la morte ai fianchi e aveva gli occhi bianchi

ma nella furia delle acque  riuscii ad emergere,

tra le assi sfasciate dalle intemperie man,

stretto a una casse di spezie riuscii a non cedere

e me ne  andai su una scialuppa alla  deriva per mesi.

Il sole inflisse alla mia figura in sciagura più morsi che l’arsura

e la dentatura dei barracuda,

tatuò di schiuma la mia pelle nuda,

io col sale tra le piaghe la alla luce della luna.

Alla nona settimana vidi una baia lontana,

i gabbiani scivolavan fra le nuvole e una rada,               

chi mi  trasse in salvo sulla sabbia chiara,

in un’isola dispersa in qualche atollo attorno all’Asia?

 

Eh, eh dove è che va?

Dove è che va?

Dove che sta andando,

solo?

Dove mi volle il mare? Forse non mi volle o non mi volle male,

Prima la risacca poi la bonaccia rese grazia,

gli indigeni mi accolsero come una madre,

per questi senza dio io ora ero un dio venuto dell’acqua.

Vivevano nudi, su lunghi fiumi  in gruppi chiusi,

fra piante dai fusti oblunghi e  case fatte di funi,  

quando il vento portava alle foglie di palma il ritmo

spargeva con calma il profumo dolce dell’ibiscus.

Mi curarono le piaghe aperte, con impacchi d’erbe

io tra questi di pescatori di cernie,cercatori di perle,

qui ritrovai le forze , raddrizzai la schiena e

imparai a pescare a mani nude i piccoli pesci di barriera;

una sera disteso sul dorso, davanti al mare mosso,

massaggiato dalle palmi caldi di una ragazza del posto,

guardavo sereno sto paradiso di mare e cielo,

fitto di gorgonie reso ricco dalle colonie di corallo nero;

ma a un tratto un flutto mi colpì il volto e mi destai di colpo

ero di nuovo un naufrago mezzo morto,                        

e mentre il caldo calcinava il mio corpo sciolto,

nessuna terra in vista,: tutto blu sotto, solo  blu tutt’ intorno

Eh, eh dove è che va?

Dove è che vai, man?

Dove che sta andando

Solo?

Jesus blues


Questa notte il cielo è sporco non si vedono stelle,

Jes guida i tir sulla strada per Betlemme,

ha capelli e barba lunghi, jeans vecchi e unti,

trent’anni e poco più che forse saranno gli ultimi.

Un fulmine annuncia maltempo in arrivo,

Jes è un po’ stanco quindi accosta al primo bivio,

c’è l’insegna di un pub –club, ne coglie l’inizio,

pensa: adesso faccio un drink, piscio e forse uno schizzo.

Entra dentro il pub qui c’è buio e del tanfo,

Jes si gratta il culo e poi ordina un bourbon,

sul palco un trio stanco ha pezzi propri ed omaggi

a B.B. King, Nat King Cole, Cick Corea e Popa Chubby.

Jes muove i tacchi, no-non riesce a star fermo,

arrotola tabacco e poi ordina un vermouth,

parla con cortesia a chi gli chiede chi sia ,si!

forma un capannello che fa invidia a un messia.

..ma quale corpo sacro, questo è un porto franco,

sarà fatto santo ma ora è fatto d’alcool,

prima un doppio malto poi un doppio bourbon

poi un altro bourbon ma di un altro marchio;

sul cubo attorno al palo un miss si dimena,

ha il culo basso-grasso e un tatuaggio sulla schiena,

ha un alto tasso d’alcol e un cera da post-pera,

chiede il nome della miss detta mad-maddalena,

 

Maledetti voi che non capiste chi fu:   muovi il tuo cranio a tempo del groove,man

è venuto già  due volte e mo tornerà più: brucia il tuo flusso tra testi e ‘sto mood qua

maledetti voi che non capiste chi fu: muovi il tuo cranio sul tempo del blues rap

it’s a jesu-jesus-jesus blues………



Jes c’è così in mezzo che ha già smesso da un pezzo,

piscia, cade e fa una riga sopra il bordo del cesso

poi di getto, oh bro, rostra il banco col braccio

Charlie un wisky liscio anzi doppio con ghiaccio..

è stato un lungo viaggio dice  un altro sfatto

 il suo nome suona Saulo proveniente da Tarso,

non avresti posto sul tir per un maschio

folgorato dal funk sulla via per Damasco?

buum! un altro stronzo cade faccia sul tavolo

bum! prova a alzarsi ed è puro spettacolo

bum!  cade ancora e altri quattro si incazzano

Jes  lo vede in faccia riconosce in lui Lazzaro

S’avvicina un tizio parla in mossa da dietro

dice: Jes tu devi molto ancora ai boss del sinedrio”

”io son ebbro, bro, ma non so di che parli man…

il mio nome e mr Christ  venuto a salvarvi ma

la risposta non piacque né al tipo né a Charlie,

 qualcuno lo seguì quando uscì per parlargli,

per parlare di classi, nuovi mondi ed incassi

lo trovarono all’alba inchiodato a quattr’ assi



 maledetti voi che non capiste chi fu:   qualcuno già intonava Jes blues e altri classici

è venuto già  due volte e mò non tornerà più: brucia il tuo flusso tra testi e sto mood qua

maledetti voi che non capiste chi fu: muovi il tuo cranio sul tempo del blues rap

its’a jesu-jesus-je-su-s blues………je-su-s bluessss…..


sabato 31 dicembre 2011

Sintesi dei contenuti dell’album “La bellissima Giulietta e il suo povero padre grafomane”

1)      Introduzione
2)      Mari infiniti: E’ la testimonianza fantastica di un gruppo di navigatori portoghesi, avventuratisi in mare con il fine di compiere il periplo del globo, molto prima dei più noti colleghi passati alla storia. Si imbatteranno in tutti i pericoli che la navigazione all’inizio XVI° secolo riservava: indigeni ostili, concorrenza spietata, tempeste terribili e morbi sconosciuti.
3)      Anna e Marzio: é una storia di amore e allucinazione. Anna è una donna rimasta vedova con un profondo bisogno di tornare ad essere felice. Un giorno, nella cella del carcere di fronte a casa sua, compare un detenuto nuovo: è bello, affascinante, ama i fiori quanto lei e le promette che una volta uscito viaggeranno insieme.  Con questa canzone ho vinto il Secondo premio del Concorso Nazionale per Cantastorie “Giovanna Daffini” 2010.
4)       Quando venne lei: il racconto ha come protagonista Maurizio che sin da piccolo ha mostrato grande talento per il disegno. Vive in un posto ostile con i genitori che lo sognano impiegato di banca. Maurizio però decide di seguire la sua passione e si trasferisce a Bologna per frequentare l’Accademia. A Bologna tuttavia conoscerà l’eroina che si porterà i via suoi sogni, la sua arte e la sua vita.
5)      Le stesse pietre. Ispirato al romanzo di G.Bedeschi “Centomila gavette di ghiaccio”. Aldo parte nel 1940 per andare a combattere sul fronte del Golico. Lì conoscerà le privazioni, le atrocità e gli orrori della guerra di posizione.  Combattuto dal desiderio di non tradire e quello di scappare via, l’unica soluzione possibile non ammette compromessi.
6)      La collina dei pioppi. Laura e Dino si innamorano sulle colline nel mezzo del secondo conflitto mondiale. Dino entra presto nella Resistenza e quando i tedeschi arrivano in paese vive già in clandestinità da tempo; con Laura si fa vivo sempre più sporadicamente fino a scomparire. Dopo anni di silenzio Laura spera ancora di rivederlo,  nonostante le maldicenze. Un giorno di sole Dino ricompare, è sopravvissuto ad un campo di concentramento ed è tornato per lei.
7)      Scende la sera - Interludio
8)      Martino e il ciliegio. Ispirato alla storia di Prospero Gallinari, tratta dal suo libro autobiografico ”Un contadino nella metropoli”. Martino è cresciuto nella campagna emiliana degli anni ’50 e ’60, fatta di lavoro ed eredità degli ideali resistenziali. Il legame con la terra è forte ma il vento delle ideologie degli anni ’70 di più. Martino vuole partecipare alla lotta di classe e alza il livello dello scontro fino alla scelta della lotta armata.
9)      Le 12 fatiche. E’ la descrizione didascalica delle dodici fatiche che Euristeo ordinò ad Ercole.
10)   L’ussaro triste. E’ la storia di un nobile russo che tornato dalla guerra contro i Tatari si trova di fronte agli effetti della riforma attuata da Pietro il Grande per occidentalizzare la patria. Spogliato dei suoi beni e del suo prestigio, l’ussaro si accorge che mentre era lontano la società e cambiata e ora per lui non c’è più posto.
11)   Falso e Vero. Spesso diamo per scontato che valori, morale, etica siano quelli che la società impone. A volte basta una riflessione autonoma per scoprire che il nostro giudizio può essere diverso. La descrizione di figure come un barbone, una prostituta, un imprenditore di successo ci aiuta a capire questo possibile ribaltamento di prospettiva.
12)   La bellissima Giulietta. Quando ti nasce un figlio pensi che al mondo non ci sia nulla di più importante e bello. Quando te ne nasce un secondo capisci che un’esperienza unica può ripetersi dando luogo ad una gioia che pensavi insuperabile. Alla mia secondogenita ho dedicato questa poesia.

venerdì 23 dicembre 2011

Martino e il ciliegio




….e Martino che da bimbo s’era fatto guerriero
guardò il cielo che da azzurro s’era fatto nero……
Il sole rischiara l’aria, un’alba bianca incanta la terra nativa,
la madre lo chiama  - Martino svegliati - sono le cinque della mattina,
ora che sono in cinque in famiglia si stringe la cinghia in cucina
poi fuori scalzi nei campi con gli altri,  fra i tralci di uva spina.
Martino china la schiena fra i vari agri, nel segno della sua vita
quando nacque suo padre piantò una ciliegio nella cascina,
tramandatisi da avi a padri la dura vita contadina,
ora che sono passati da affittuari a  mezzadri: non  è più come prima.
E’ la Reggio degli anni ’50: campagna e officina,
è ancora attiva la prospettiva della prima cooperativa,
qui vive Martino la sua esistenza ora è pura essenza 
nella terra in cui la cultura della Resistenza è ancora viva.
I racconti dei partigiani, i fratelli Cervi, l’R-60,
la resistenza tradita, i risvolti del piano Marshall.
La storia d’Italia narrata dai vecchi lo incanta
ma in realtà questi vecchi di anni non ne hanno più di quaranta.
Le lotte per il pane, la fame, le lotte operaie senza fine, 
le lotte delle officine  Reggiane… 
la sua gente ha schiena buona e buona coscienza critica,
qui ogni bambino come Martino cresce a pane e lotta politica.

 Rit: come un brivido , come un brivido, sentì  un brivido
…ora Martino è libero ma davvero libero mai…

Martino sale in cima al ciliegio dopo il lavoro e la scuola,
là sopra legge di tutto: Conrad, Froebel, Spinoza…
poi le lotte degli anni di piombo lo investono come bora,
spingono la foga del suo mondo verso una boa nuova e allora
lo ha detto ai suoi: la stalla, l’aratro ora gli stanno stretti,
ora che ha nuovi concetti ha bisogno di nuovi contesti,
saluta in fretta gli affetti più stretti, i compagni più cari,
va a  Milano ottiene un contratto, il contatto con i centri operai.
Prima tra i gruppi dei pari poi dei compari,
poi tra i gruppi dei compagni dei vari gruppi extraparlamentari,
i vari gruppi rivali, i fasci, le stragi, gli spari,
i compagni non vogliono stare calmi qui c’è chi vuole passare alle armi.
Le prime diffide, la cosiddetta “svolta di Pecorile”, le prime rapine e ancora prima
i gruppi studio della Sit Siemens;
lo S.I.M. vive di sfide: lo stato è nemico da abbattere,
Martino combatte finché non s’imbatte nella sbarre dal carcere.
Dal gabbio scrive due righe casa, lì a casa lo piangono,
anche là è cambiato tanto solo il ciliegio è un incanto,
i suoi vecchi si sono trasferiti a S.Candido e intanto
là dove c'erano le cascine ora c’è un camposanto in marmo bianco

Martino è evaso ed è stato scoperto ora è un militante latitante esperto, certo
….superclan  nel gergo.
Sa di lottare per il giusto se nel modo giusto ha qualche dubbio
ma non c’è dubbio che il senso del giusto è nel senso del gruppo….giusto? senza dubbio.
Martino in azione si espone e viene colpito all’addome laddove
sente prima il rumore poi il bruciore del piombo nel cuore,
la vista s’incrina tra i lampi, rivede i suoi campi e la cascina,
tra i tanti sente ancora sua madre : -Martino svegliati è mattina!-.
L’umore di brina si fonde all’odore di sangue e sudore
poi le sirene, un bagliore: Martino muore in poche ore,
sono poche persone a seguire il feretro: la famiglia, il pastore e
sui volti di alcuni non è per la morte il dolore maggiore.
La sua campagna  si contorce mentre ne vede passare il corpo,
sembra pensare: io ti ho cresciuto forte e tu torni da morto!,
là dove è sepolto ogni tomba si scalda d’un sole accanito
e là Martino riposa protetto dall’ombra del suo ciliegio fiorito.

martedì 20 dicembre 2011

Diogene di Sinope e la scuola cinica

La natura del primordio non ammette classi,
e il sovverso crebbe lento nella critica prassi,
io mi innalzerei, immolando dei,
sulle logiche che in Diogene trassi.....
Il cerbero padre dell’Ade generò figli senza vergogne,
peripatetica corte pose la morte sulle sue insegne,
crebbe forzuto negli anni forzando recinti di forgia ateniese,
distrusse tabuiche sostanze figliando consigli che Cratete intese.
Decuplica effetti a lui cari fornendo tettoie e ripari a coscienze,
patetico regno dei morti parrebbe posticcio ponendo parvenze,
il tempo ricusa chi accusa, prefigge ed infligge se per Demonatte
sono  i mercanti che ingrassano a forza i loro più grossi porcelli da latte.
Ritenne pagani contenti gaudenti di intenti e potenti franchigie,
sostenne onanismo e invettiva teorici elogi delle callipigie,
putiferofomentatori: la vita e la morte non furono più cruccio,
strutture cresciute a feticcio, cresciute per forza di impiccio.
Meta che diede mai noia fu usare mannaia sul pel Leviatano,
s’agghinda d’orpelli e gioielli l’infausto sovrano che perde il suo trono,
astanti scherniti e puniti da chi adora miti già morti nel senso,
pragmatico altare prepara già bare sfruttando ragioni fungenti ad incenso.
I servi cantavano strofe sagaci, storie salaci conobbero i Traci,
l’ingrato Aristotele meritò feci rendendo infelici i più cinici greci,
io so che il piacere tradisce promesse, la storia che disfa ciò che il mondo tesse
ma in Sinope visse chi disse e corresse che fesse appagasse chi appena potesse.
La natura cresce dentro all’istinto, il sentiero va da Atene a Corinto,
di pastori non ne urgo, la saliva del demiurgo lavo e purgo nel cinismo convinto;
anacoretoretoricotopica lacera critica d’anomalia,
barbelognostica via, Giocasta e la sua fantasia,
emancipa l’etica l’ottica ludica pelvica l’attica pratica impura
cannibalismo e sozzura, no sepoltura!

venerdì 9 dicembre 2011

Mari infiniti

oltre il possibile c’è l’incredibile:
spingi l’immagine  oltre ogni limite!
No, non ti chiudere, non mi deludere,
spingi il pensiero oltre l’ecumene!
Partimmo ad un’ora buona, là il sole saliva ancora,
noi al soldo di sua signora, la corona di Lisbona,
partimmo con vento in poppa la rotta fuggiva i limiti,
noi il peggio del Sud Europa giù in rotta verso gli antipodi.
Muovevamo oltre il confine, giù in file verso l’ignoto e il nostro  fine
 era riempire le stive di file oro
 nonché scoprirne il contorno, dove il mondo va  a fuoco,
molto prima di Colombo, Cabral e Caboto e Caboto

RIT:
-tu passa i confini, sorpassa i confini,
se passi e li sfidi  non passi e non vivi,
tu passa in confini dei mari infiniti,
là i mali più ostili son fitti e riuniti,
tu passa i confini, tu passa ad altri lidi
comparsi i confini oltre i passi dei libri,
comparsi altri lidi ben oltre i pontili,
se passi e li sfidi trapassi fra i miti

Navigavamo su un brigantino:  vela quadra più vela latina,
il capitano era un assassino, la ciurma melma  marina,
lo giuro non fu una vita ma una sfida al’ira divina,
gli scali, gli  scafi a picco, gli squali nella sentina
passarono mesi, anni: furia d’acqua e calma piatta poi la sabbia e dalla gabbia:
 terra!!….. nell’aria rarefatta…
vidi terre d’altri mondi, gli indigeni senza fede:
i Cinocefali,  gli Astomi, i guerrieri da un solo piede,
con pietre e chele abbattentisi a schiere contro noi fieri battenti bandiera portoghese,
lottammo a stenti per mesi sfidando tutte le truppe:
Aragonesi, Genovesi,  le avanguardie mamelucche,
 vidi i Malesi a luna piena bruciare tra le scialuppe,
le galee in quarantena là al largo delle Molucche
e un male immondo sconosciuto al mondo conosciuto
e i corpi morti, i morti a mollo falciati dallo scorbuto

Nord, Sud, Sud-Est, non c’è merito,
viaggio  in ostaggio all’ago magnetico
Sud-Ovest, sudore e silenzi
quattro quadranti: rosa dei venti.
Ma una sera il capitano guardava e pensava in piedi,
cercò invano di strappare al cielo nero i suoi segreti
poi fece saldare i ponti, condannare i boccaporti,
legammo lance e paranchi con corde da 7 pollici
la furia  ci colse e la tempesta fu addosso,
il mare si mosse, mosse, il mare ci morse,
i marinai con l’ascia in mano tagliavan vele e  pennoni
e quelle vele senza cinghie volavano via come aironi

Vidi arrivare i muri d’acqua con onde da trenta metri,
hai mai fottuto, tu fratello, con onde di trenta metri?,
e il fratello che urlò nel vento: -tu affondaci  se ci riesci!!-
quando finì la frase era sotto già  trenta piedi