domenica 15 giugno 2014

Storia di Laura

Liberamente ispirato al romanzo di Cesare Pavese “La luna e i falò”.

Rit: Fu cosi guardando lei, che il mare si arrestò
ora non sente, niente più niente, neanche le onde che fermò.
Il signor padre strinse il nodo della cravatta,
lustrò ogni placca d’oro di ogni medaglia sulla giacca,
sulla tasca bianca il noto logo della croce di Malta,
la divisa della marina gli garantiva un’aura sacra.
Laura bambina lo guardava, ammirava come una statua,
per lei il padre era l’unico dio, il suo super io,
dopo che la madre era morta quando lei era nata,
lei non aveva che lui, lui non aveva che lei, nessun’ altra.
Lui alto ammiraglio al capo di una grande fregata,
quando col palmo caldo le accarezzava la guancia
diceva: -Sapessi quanto la ho amata, sapessi…
aveva i tuoi occhi, le tua ciglia, le tua labbra vermiglie da fata-.
Nella vita del padre solo la figlia e la nave,
il resto valori da immolare alla morale militare, c’è che
in certi uomini di mare le frontiere si delineano e creano,
il suo cuore era un eremo, una scogliera a picco sull’oceano.
Rit: Fu cosi guardando lei che il mare si arrestò,
ora non sente, niente più niente, neanche le onde che fermò…
fu cosi guardando lei che il mare si arrestò,
ora non sente, niente più niente, niente più niente…
Ma Laura crebbe bella come una dea pagana,
portava vestiti di organza e fiandra, profumava di mandorla amara,
suo padre la voleva al meglio, specchio su terre e mari,
l’unica figlia, suo riflesso perfetto inarrivabile ai mortali,
perciò chiunque fosse che osasse corteggiarla
veniva smarrito a due mani come le mosche nell’aria,
per lei nessuno era all’altezza di suo padre
e per suo padre nessuno era all’altezza della sua Laura.
Ma un giorno di brina, nel clima di una prima mattina,
Laura si presentò al braccio di un adone in divisa della marina,
un ufficiale con occhi d’acqua che promise amore,
aveva il bel fare e l’eleganza delle uose nuove.
Laura gli disse di sì, sognava una nuova vita,
quando il padre glielo impedì al mattino era già sparita,
dopo un mese tornò sconfitta, negli occhi una scritta:
per quanto bello l’amore di quello era tutto una finta.
Torno più morta che viva a testa china alla stessa vita,
non aveva più lo sguardo d’incanto di Laura bambina,
passata da una vita da bimba a una vita da vinta,
nessuno capì come sarebbe finita ma tutti capirono che era incinta.
Il padre non volle sentire ragione -Ora trova tu un padre al bastardo!
Lo crescerai sola in casa lontana da ogni sguardo!
Sarà il frutto amaro del disonore, la malaerba in casa e tu:
la bandiera a mezz’asta di un cargo al largo!-.
Lo udirono spaccare ogni specchio, parlare del male,
l’uomo era vecchio: non sapeva dominarsi né comandare;
lo videro incamminarsi e rinnegare il mare,
malediva sé stesso, la figlia, invocava di nome della madre.
La ragazza non disse nulla, fuggì verso l’imbrunire,
tornò dopo un giorno con il mondo stravolto nell’iride,
era andata da una mezzana, una mezza levatrice,
Laura si era fatta ripulire così come si suole dire.
Lei non disse niente e nessuno fece domande,
camminava lenta, guardava distante le speranze,
stava in piedi poco tempo poi a stento sulle gambe
e poi si mise a letto e lo riempì nel mezzo di sangue.
Il padre si chiuse in un silenzio d’onore, niente parole
e lei chiusa non volle parlare neppure al dottore,
aprì la bocca solo verso le ultime ore del sole,
quando morì chiamava solo:-  ..papà, papà..-  a bassa voce.

Rit.

L'uomo che viaggiò nel tempo

Murubutu: Guardando le dita muoversi compose nuovi codici,
il moto degli occhi riflesso nel vetro spesso dei cronografi,
gli ultimi ritocchi alla capsula di vetro dentro,
la sua macchina del tempo:  la nuova scienza degli studi storici.
L’avvio delle turbine alzò una nube di fogli sparsi e libri,
generò un tunnel di vortici, effigi di antichi miti,
lui deriso dalla accademie, dal loro viavài di dottorastri,
ora divelleva le teorie sul tempo di Einstein e tanti altri,
dopo le teorie sulle cronosfere, stringhe e quanti,
dimensioni parallele, buchi neri e ingerenze di altri campi,
la sua teoria andava oltre ogni corpo, ogni wormhole,
quelle che per altri erano congetture, teorie pattume o solo calcoli.
Sul contatore di ere ed ore apparvero le 9.00 del 4 Gennaio,
il primo viaggio sul vettore in quarzo, rame e acciaio,
scomparve in un attimo e poi fermo con il cuore in mano,
quello che vide sfidò ogni limes plausibile all’intelletto umano
Il tenente:  Giudicato come ciarlatano, visionario, mago,
umiliato dai  più, dequalificato del suo status di scienziato,
 lo aveva urlato chiaro davanti ai dotti senza paura:
avrebbe portato ai loro occhi prove forti di una civiltà futura.
Ore insonni avevano portato consigli nella notte buia,
aveva riempito plichi, sviluppato una nuova curvatura,
un nuovo modo per guardare al tempo come somma diretta:
saetta sull’onda, colonna non più retta.
Come procedura azionò l’elica, la mente affetta dall’idea perfetta,
pronta a spostarsi sull’onda elettromagnetica,
ne aveva saldato ogni componente con perizia ascetica
e individuato il propellente in un reagente di acqua fredda.
Viaggiava col tempo nel pugno sfidava l’oblio,
verso 31° secolo senza il permesso di Dio,
un rumore acuto riempì gli spazi in fila dopo l’avvio,
in tre istanti sparì dall’anno 2000 come in un balenio.
Rit.: prese il volo, vide il vuoto, l’uomo solo sfida Cronos
qual è il modo? qual è il nodo? tu pensa ancora, tu pensa ancora…
prese il volo, vide il vuoto, l’uomo solo sfida Cronos,
qual è il modo? qual è il logos? tu pensa ancora, tu pensa ancora…
Muraca: Quando l’orizzonte si fece nitido aprì gli occhi incredulo:
la pressione dell’acqua degli abissi premeva sopra il vetro tremulo.
Ora se tutto il processo aveva avuto un seguito era passato un secolo
ma quello che vide fu un mondo sommerso in uno scenario epico:
resti di strade, case, chiese, ruderi di grattacieli
sommersi dalle acque, sventrati, attraversati da branchi di pesci,
montagne o colline trasformate in dorsali sottomarine,
cimiteri di ossa umane incastrate nelle barriere coralline.
Nessuna traccia umana sulla piana dei grandi continenti subacquei,
solo ombre di squali bianchi, calamari, lotte fra granchi giganti,
nel buio luce poca, solo ombre fra i tanti esseri acquatici,
solo qualche luce fioca proveniva dalla bocca di certi cetacei.
Solo allora puntando i fari capì che avvenne a terre e mari:
i secondi s’erano ingoiati le prime come nell’Olocene,
dopo lo scioglimento dei vari ghiacci polari,
gli uomini sopravvissuti si erano adattati a vivere dentro alle balene.
U.G.O.: Avevano squame e scaglie sparse sulla superficie del corpo,
alcuni avevano arti come chele, altri tentacoli simili al polpo,
denti come rasoi, irti d’aculei, carapaci impenetrabili,
alcuni mutavano colore, altri emettevano lampi ed archi voltaici.
Sottomessi i mansueti cetacei, muovevano guerra ai vicini,
nuotavano in ranghi stretti, branchi immensi negli abissi infiniti,
uno di questi allora lo vide e scoccò un dardo in corallo che
viaggiò rapido conficcandosi nel quarzo dello scafo incrinandolo.
’acqua inondò l’abitacolo, il braccio spinse la leva inclinandola al massimo,
in un lampo si ritrovò sano e salvo nel suo laboratorio sotterraneo.
Si presentò al cospetto degli scettici completamente fradicio,
mostrando a riprova del viaggio lo strano strale in materiale organico,
osservarono increduli il manufatto, il volto sconvolto dello scienziato pazzo,
il corpo madido, lo sguardo torbido come in seguito ad un attacco di panico.
Esausto, a chi chiese come fosse il futuro, rispose solenne:
-Il futuro non è per niente diverso dal nostro presente!-
Rit.


Le sirene

Chi mi chiama? Sa il mio nome? Chi mi vuole ? Dove, dove?
Suona una voce nell’afa della mattina, bagnata d’aria marina,
esalata dalla battigia, sbarcata da spume d’ombre che infondono nuove forme,
confondono fonti d’onde con torri d’aria salina  ……
La voce viaggia e si infila dentro a una stanza, che guarda dritta la spiaggia,
poi sfiora una stufa in ghisa, riaffiora sempre più alta e danzando con calma salda
lì incalza la faccia stanca del buon Carlo Caravita…
Il signor Carlo pertanto si leva in slancio, lui osserva il soffitto bianco poi il quadro di S.Rita,
sua moglie l’ha presa il mare, è partita senza tornare,
lasciandolo a cuore infranto ed il corpo che fa fatica.
Di lei amava la gioia e i particolari, il taglio degli occhi chiari, i tacchi e vestiti uguali,
quando ballava il tango muovendo lenta la testa
o cantando dalla finestra dove ardevano i  gerani
e lei amava:  viaggiare e  avvistare terra, il nome suo Annarella, scritto su alcuni scafi
e il sorriso lieve lieve invadeva le gote accese, salendo la passerella che portava sulle navi.
Se la guardava si smarriva in lei, bevendo gli suoi occhi suoi, chiamandoli occhi miei …
lui vuole scoprire dove, la foce di quelle note, che sembrano di Annarella, la voce della sua bella.
Rincorre il suono sul filo delle pareti, i doppi vetri, i pavimenti e la voce gli dice: -Seguimi!-
e Carlo la segue fuori, là fuori brillan le siepi, ne segue tracce fra macchie di lecci, lauri e ginepri.
Il nostro la segue a piedi tra piazze, case e pievi, strade fatte di piedi, reti appese ai vigneti, tra i
terreni, i  fieni scelti, i sentieri scoscesi ai piedi che portano a un mare fatto di linee bianche e
turchesi. Carlo di fronte al mare, sul greto di sabbia e ghiaia, la luna di madreperla gli lancia
un’occhiata ignara, là vede una barca ferma che porta una forma snella, è la forma di Annarella
segnata dalla rugiada. Carlo sorride ai flutti, la fronte sugli occhi asciutti, le stringe la mano forte
pronto per la traversata, all’alba Carlo non c’era,
nessuno lì se ne accorse, il vento muoveva i giunchi e i loro fiori color giada…
Rit.- … Amore mio tu non sei qui con me, ti non sei più con me, tu non sei qui con me…
Un bagliore...dove, dove?.. La tua voce…dove, dove?.. Suona altrove… dove è?
C’è  una voce…dove, dove?... La tua voce…dove, dove? …Suona altrove…dove è?-

Claver Gold: -Sentivo il mare gridare forte il mio nome,
nel nome di un altro amore, nel fuoco di un'altra unione,
nel gioco di spuma e sale scappare da una prigione,
sentirmi ancora chiamare voltarmi per poter dire no.
Ma poi la noia la stasi, la nostra unione che quasi
si era tagliata in due parti quindi divisa in due fasi,
io avrei dovuto chiamarti davanti un bianco di Piasi
per dirti quanto mi manchi, ma poi l'ho fatto? No.
Amavo il sangue che porta inchiostro alla penna
in questo mattino nostro d'Agosto volo su Vienna,
l'aria che mi scotenna, la bocca che tentenna,
dove muore la voce alla foce della Senna.
Io, vestito male di stracci presi al mercato,
i lacci toccato il suolo, il volo era terminato,
il peggio l'ho meritato, in forma ma raffreddato,
il nome tuo l'ho gridato e l'eco mi rispondeva:  -si, si, si, si-.
La brezza marina, accarezza la mia pelle, espelle la sua tossina,
cara portami in cima, strappami dalla riva,
ora trovo la pace nella benzodiazepina.
Clima del litorale dove la sabbia danza
al vento di Maestrale che soffia con eleganza,
ora tolgo le scarpe ed accorcio la distanza,
come Giorgio de Chirico ho Ulisse in una stanza.
Ho quello che manca per avere ciò che serve,
rosso d'arcobaleno, veleno di un'alta serpe,
usalo come china nel nostro amore di epistole
…..battiti e metriche in  extrasistole.
Vedo l'amore che passa e l'amore che viene,
sento chiamare il mio nome da dodicimila diverse sirene
poi metto un piede nel mare e quell'acqua di sale mi gela le vene,
corro il più forte possibile e canto un richiamo come le balene.
Lei che mi stringe la mano, vuole portarmi lontano,
l'acqua è già sopra il mio cranio non ho saputo schivare il richiamo,
ora ho le gambe stanche, avrei bisogno di branchie,
non basterebbero neanche per dirti quanto ti amo.
Ora il mio corpo viola è di nuovo a riva senza parola,
sento posarsi i gabbiani sulle mie mani, la fine è ora,
steso sul bagnasciuga, la pelle nuda, la sabbia sfiora,
fine di questa storia ed è la stessa colonna sonora-.
Rit.


La battaglia di Lepanto

La spia turca entrò alla notte nel golfo, fra le onde del porto
aveva issato vele nere per non essere scorto su a bordo,
contò le navi nemiche sul posto rimanendo nascosto
poi riferì a sua maestà l’entità della flotta pronta allo scontro.
La flotta della Santa Alleanza, di Venezia e di Spagna,
in nome della santa fede, truppe della Santa Sede, di Genova e Malta
comandate da Giovanni d’Austria che reggeva sull'acqua
una croce d’oro e la resse alta per la durata dell’intera battaglia.
Rit: La furia abbatte qua un’altra bandiera, un’altra barriera, un’altra frontiera,
dal mare si alza là un’altra alba nera e bombarda un’altra galera!
L’onda abbatte qua un’altra bandiera, un’altra barriera, un’altra frontiera,
dal mare si alza là un’altra alba nera, e bombarda… bombarda…
Il vento cambiò in un attimo decretando  l’attacco,
il Cristo contro la Sublime Porta all'imbocco del golfo di Patrasso e
flotta contro flotta e fu in un attimo impatto
ma la forza d’urto delle galeazze di San Marco travolse ogni ostacolo.
Le trentotto bocche da fuoco fecero il vuoto sui nemici,
il rumore del fasciame schiantato da palle di piombo da quaranta chili,
sfasciato da bocche da fuoco di quaranta tipi
che frantumavano troppe prue e poppe in rotte, mosse da attriti precisi.
Il contrattacco ottomano non si fece aspettare,
arrivarono suonando tamburi che fecero tremare il mare
poi dalle volte gli arcieri, scontri in pochi metri,
i galeotti morivano incatenati ai remi passati dalle lame.
Dopo il divieto completo di guardarsi dietro
alle tempesta di frecce si unì  il diluvio cieco del fuoco greco,
raggiunsero l’ammiraglia reale stringendola in un morso,
volarono i ganci, il suono del rostro sul corpo in legno di cedro.
Sui lati gli ultimi scontri fra navi di scorta,
tra le navi di Alì il corsaro apostata e la flotta di Doria
e come vendetta per la sconfitta di Famagosta
la testa mozza del pascià fu issata in segno di vittoria perché fosse scorta.
Quando scese la sera il mare era pieno di rottami di navi, teste di scafi,
i superstiti mossero in forze verso la baia vicina,
naufraghi a strati, fuochi alti sui lati dei bastimenti incendiati,
solo due navi portarono notizia alla vicina Messina.
Fu un ecatombe di morti e colpiti, di monchi o spariti ma
la morte come nube sulle frotte dei volti dei molti feriti;
ma Lepanto alla fine del conto non fu fine di molto:
forse le fine del primato turco sui mari o del primato del mare nostrum.
Ma nel conflitto perenne fra occidente ed oriente non cambiò niente:
cambiarono tempi, armi, ma non l’equilibrio fra le potenze,
le contese fra gli alleati della lega presente
superava la lotta perenne contro le tenebre del nemico di sempre.
Come disse il sultano dopo la sconfitta cocente,
quando seppe dei suoi capi falciati dalle frecce,
delle carcasse di navi spiaggiate sulle secche
-gli infedeli mi hanno bruciato la barba …..ahhhhha…. crescerà nuovamente!-.

Rit.

Diario di bordo

Liberamente ispirato al racconto di Louis Sepulveda  “L’ultima sventura del capitano Valdemar Alentexio”

Eh… e ora avvicinati un poco, racconto storie raccolte fra mari immani, mari immani..
..ancora un po’, ancora un poco….. racconto storie di navi tra i vari fari, vari fari..
prendo fiato, ho poco fiato, perdo fiato, qua ho qualcosa conficcato su un lato del costato, 
parlo in fretta, sento freddo, qua ho una freccia che pulsa dentro il petto, è fatta in pelle di guanaco.  
Ho visto pance di navi pieni di poveri cristi in posti mai visti,
trafitti dai cippi invocavano tristi i loro feticci sconfitti
e lì fu sopra gli abissi e lì che scrissi solo il mio diario,
io tratto in salvo dalle stive di un galeone spagnolo: Senora del Rosario.
Fui salvato da una grossa galera che batteva bandiera nera,
e la polena a forma di sirena fendeva l’acqua costiera,   
quando issava una nuova vela o fissava una nuova meta, muoveva
saccheggiando i galeoni carichi di moneta coniata a Zacatecas.
Vissi con loro per anni e ho visto tagliare gole su gole,
ho visto piogge impetuose portare il terrore scagliate da mani furiose,
ho sentito le frecce ad altezza testa, le brezze del vento dell’Ovest, 
e gli effetti della schiena a pezzi per le carezze del gatto a nove code.
Rit: Senti il vento dell’Est che più forte non c’è, che più forte qui ti porta al limite!
Senti il tempo in un flash che ti porta oltre a te e apre spazi che ti sfondan l’iride!
Eh….la Luna erosa dal tempo,  tinse il mare d’argento, cinse il mare ed il vento:
un effetto, un riflesso di un mondo sommerso.
Era una ciurma di senza patria, di paria senza illusioni,
di pazzi asserviti a un pazzo: il capitano dei mari minori,
ad un suo solo cenno fra i tuoni saltavano sui pennoni e
rampavano fieri sugli alighieri e sulle troniere dei cannoni e
rispondevano a chi diceva: -là c’è qualcosa che brilla tra i fuochi!
L’unica cosa che brilla a est sono le forche degli spagnoli!
Siamo una massa di acqua salmastra e  putredine oceanica!
Se Dio ci ha dimenticato… il demonio ci darà venti migliori!-.
Con loro ho visto il mare bagnare la sabbia di storia,
navi trainate da stormi di ottarde nel cielo basso della Patagonia,
navi sfondate a bombarde tappare le falle coi corpi poi 
incagliate fra i bracci dei ghiacci enormi nei porti vuoti della Nuova Scozia.
Ho visto il mare in tempesta abissare di colpo uno stretto,
le isole pesce, indigeni senza testa con un solo occhio nel petto.
Ho visto in fondo all’oceano riflesse le immagini magiche di quelle dorsali subacquee
alla base del mito che l’Antartide sia Atlantide.
Dopo una vita simile chi è che riuscì a sopravvivere?
Chi uccidendo riuscì a resistere o io che sapevo scrivere?
Rovescio rime oltre il limite in questo diario che affonda
sotto l’ombra dell’onda: il cielo per sudario e il mare come tomba!
Rit.
Mu-ru-bu-tu!
Senti il vento in un ceck, a cento nodi col rap, i cento porti del rap e cento mondi, cento mondi….
Mu-ru-bu-tu!
testi il flusso nel jack, testo busso già al ceck, teste fuse dal rap e cento mondi, cento mondi….



Il giro del giorno in un mondo

Il giro del mondo in un giorno,
il giro del giorno in un mondo,
nel giro di un giorno il giro del mondo…
Rit: -Dimmi, dimmi tu se c’ero o no, io non distinguo  falso e vero, ma man..
ma in questi  giorni i miei sogni van su, la mani van su, i richiami van su!
Dimmi, dimmi tu che passa man, in questa gabbia manca l’aria oooh
e mentre parlo i miei occhi van su, oh no, e mentre parlo i miei sogni va su!
Io vidi posti che mai vidi mai, navigai fra i sogni coi miei marinai,
vidi genti e terre che tu mai vedrai, culture sconosciute, ribelli e focolai.
Io non so più quello che è vero, frutto del mio pensiero,
fu tanto tempo fa, da tanto tempo ma la mia mente forse mentirà-.
J. apriva i suoi occhi quand’era giorno
e rigettava il torto che vedeva attorno,
si richiudeva nel sonno e in un secondo
se ne scappava nel suo viaggio attorno al mondo.
Salpò in una delle tante albe col cielo a scaglie
poi si voltò a salutare là il porto di Buenos Aires,
lui avventuriero fiero sul suo veliero,
immortalato in bianco e nero dal lampo di magnesio.
…e non temeva la  morte né le intemperie man, lui uomo solo in mare aperto,
diceva: -Quello che voglio lo posso prendere e ciò che resta saranno abissi e deserto!-.
Solcò l’Atlantico in una notte, al mattino vide gli scogli,
viaggiò sfidando la morte sulle tratte dei capodogli,
quando arrivò a Madeira  avvistò il sole fra i palmizi:
il ceppo basaltico coperto di mimose ed eucalipti,
poi giù a capofitto favorito dagli dei,
il tragitto verso Sud tra i flussi asciutti degli Alisei,
dalla sommità del ponte guardando ad Oriente
poteva scorgere all’orizzonte la linea della curva terrestre.
Aveva stoffa l’uomo, passò la Costa d’oro,
nel suo costa a costa esibiva un doppio rostro,
a tutti costi doppiò il capo dell’olandese volante
dove il gigante fatto roccia divideva le masse oceaniche;
mentre passava la lacrima indiana il vento aumentava,
sfidò pioggia e cicloni, la forza dei Monsoni,
verso la fossa di Giava fino alla baia del Bengala
vide l’Himalaya: tetto del mondo sul fondo dell’Asia.
Rit.
-…ma megabro!- ma lui non temeva niente perché niente poteva mai  perdere,
diceva -Uohh!  È tutto nella mia mente e la mia mente si prova a difendere…
e io ora libero davvero, come forse non tornerò mai-
diceva -Ueoh…ueohh!.... e  questo mare incanta man,
ueoh..ueoh..e la mia mente scappa e va!-.
Sentendo il rumore del vento strinse il timone  fra i pollici,
la gioia dal cuore si rovesciava negli occhi indomiti,
Sumatra s’annunciò negli estuari delle gore,
ne vide i megaliti vari ergersi fra le mangrovie,
ma il suo sguardo era altrove,  levigato dal sole
che sfibrava cirri e nembi in corsa verso l’Ovest,
ora filava a vele complete di controfiocco  
là dove anche le baleniere non s’arrischiavano al sorpasso del tropico.
Contro ogni monito fra le rade del mare australe
cazzava una nuova randa bianca
finché  non vide i banchi di ghiaccio galleggiare
alla deriva della Nuova Zelanda per poi sparire nell’aere.
Vide spuntare nuove isole fra le mattine,
sotto la spinta delle eruzioni vulcaniche sottomarine,
ascese nell’azzurro cobalto del mare di Polinesia,
la distesa d’acqua screziata di blu acciaio ed ardesia..
poi fra i salti da i branchi di pesci volanti a nuove mete
e sopra albatri con ali ampie fino a tre tese,
avvistò il continente mentre la luna cresceva,  
vide i pescatori di Marlin andare al largo anche s’era sera.
Poi un suono interruppe il suo sguardo verso la costa,
era la voce della guardia delle otto che apriva la porta,
spingeva una tazza sporca colma di sbobba,
l’unico sbuffo d’aria in una giornata di tanfo e penombra.
J. si destò, rivide i muri della cella in cemento,
lui detenuto recluso in isolamento da tempo
ma già chiudeva gli occhi e dopo un solo momento
salpava verso nuovi lidi sospinto da un vento fresco ed eterno.

Rit:

domenica 28 ottobre 2012

Mari infiniti pt.2


Tra i flussi dei venti violenti  e i nembi nei cieli neri,

io fui travolto da un onda di trenta metri interi

poi fui portato giù a fondo per trenta piedi pieni

vidi la morte ai fianchi e aveva gli occhi bianchi

ma nella furia delle acque  riuscii ad emergere,

tra le assi sfasciate dalle intemperie man,

stretto a una casse di spezie riuscii a non cedere

e me ne  andai su una scialuppa alla  deriva per mesi.

Il sole inflisse alla mia figura in sciagura più morsi che l’arsura

e la dentatura dei barracuda,

tatuò di schiuma la mia pelle nuda,

io col sale tra le piaghe la alla luce della luna.

Alla nona settimana vidi una baia lontana,

i gabbiani scivolavan fra le nuvole e una rada,               

chi mi  trasse in salvo sulla sabbia chiara,

in un’isola dispersa in qualche atollo attorno all’Asia?

 

Eh, eh dove è che va?

Dove è che va?

Dove che sta andando,

solo?

Dove mi volle il mare? Forse non mi volle o non mi volle male,

Prima la risacca poi la bonaccia rese grazia,

gli indigeni mi accolsero come una madre,

per questi senza dio io ora ero un dio venuto dell’acqua.

Vivevano nudi, su lunghi fiumi  in gruppi chiusi,

fra piante dai fusti oblunghi e  case fatte di funi,  

quando il vento portava alle foglie di palma il ritmo

spargeva con calma il profumo dolce dell’ibiscus.

Mi curarono le piaghe aperte, con impacchi d’erbe

io tra questi di pescatori di cernie,cercatori di perle,

qui ritrovai le forze , raddrizzai la schiena e

imparai a pescare a mani nude i piccoli pesci di barriera;

una sera disteso sul dorso, davanti al mare mosso,

massaggiato dalle palmi caldi di una ragazza del posto,

guardavo sereno sto paradiso di mare e cielo,

fitto di gorgonie reso ricco dalle colonie di corallo nero;

ma a un tratto un flutto mi colpì il volto e mi destai di colpo

ero di nuovo un naufrago mezzo morto,                        

e mentre il caldo calcinava il mio corpo sciolto,

nessuna terra in vista,: tutto blu sotto, solo  blu tutt’ intorno

Eh, eh dove è che va?

Dove è che vai, man?

Dove che sta andando

Solo?