venerdì 23 dicembre 2011

Martino e il ciliegio




….e Martino che da bimbo s’era fatto guerriero
guardò il cielo che da azzurro s’era fatto nero……
Il sole rischiara l’aria, un’alba bianca incanta la terra nativa,
la madre lo chiama  - Martino svegliati - sono le cinque della mattina,
ora che sono in cinque in famiglia si stringe la cinghia in cucina
poi fuori scalzi nei campi con gli altri,  fra i tralci di uva spina.
Martino china la schiena fra i vari agri, nel segno della sua vita
quando nacque suo padre piantò una ciliegio nella cascina,
tramandatisi da avi a padri la dura vita contadina,
ora che sono passati da affittuari a  mezzadri: non  è più come prima.
E’ la Reggio degli anni ’50: campagna e officina,
è ancora attiva la prospettiva della prima cooperativa,
qui vive Martino la sua esistenza ora è pura essenza 
nella terra in cui la cultura della Resistenza è ancora viva.
I racconti dei partigiani, i fratelli Cervi, l’R-60,
la resistenza tradita, i risvolti del piano Marshall.
La storia d’Italia narrata dai vecchi lo incanta
ma in realtà questi vecchi di anni non ne hanno più di quaranta.
Le lotte per il pane, la fame, le lotte operaie senza fine, 
le lotte delle officine  Reggiane… 
la sua gente ha schiena buona e buona coscienza critica,
qui ogni bambino come Martino cresce a pane e lotta politica.

 Rit: come un brivido , come un brivido, sentì  un brivido
…ora Martino è libero ma davvero libero mai…

Martino sale in cima al ciliegio dopo il lavoro e la scuola,
là sopra legge di tutto: Conrad, Froebel, Spinoza…
poi le lotte degli anni di piombo lo investono come bora,
spingono la foga del suo mondo verso una boa nuova e allora
lo ha detto ai suoi: la stalla, l’aratro ora gli stanno stretti,
ora che ha nuovi concetti ha bisogno di nuovi contesti,
saluta in fretta gli affetti più stretti, i compagni più cari,
va a  Milano ottiene un contratto, il contatto con i centri operai.
Prima tra i gruppi dei pari poi dei compari,
poi tra i gruppi dei compagni dei vari gruppi extraparlamentari,
i vari gruppi rivali, i fasci, le stragi, gli spari,
i compagni non vogliono stare calmi qui c’è chi vuole passare alle armi.
Le prime diffide, la cosiddetta “svolta di Pecorile”, le prime rapine e ancora prima
i gruppi studio della Sit Siemens;
lo S.I.M. vive di sfide: lo stato è nemico da abbattere,
Martino combatte finché non s’imbatte nella sbarre dal carcere.
Dal gabbio scrive due righe casa, lì a casa lo piangono,
anche là è cambiato tanto solo il ciliegio è un incanto,
i suoi vecchi si sono trasferiti a S.Candido e intanto
là dove c'erano le cascine ora c’è un camposanto in marmo bianco

Martino è evaso ed è stato scoperto ora è un militante latitante esperto, certo
….superclan  nel gergo.
Sa di lottare per il giusto se nel modo giusto ha qualche dubbio
ma non c’è dubbio che il senso del giusto è nel senso del gruppo….giusto? senza dubbio.
Martino in azione si espone e viene colpito all’addome laddove
sente prima il rumore poi il bruciore del piombo nel cuore,
la vista s’incrina tra i lampi, rivede i suoi campi e la cascina,
tra i tanti sente ancora sua madre : -Martino svegliati è mattina!-.
L’umore di brina si fonde all’odore di sangue e sudore
poi le sirene, un bagliore: Martino muore in poche ore,
sono poche persone a seguire il feretro: la famiglia, il pastore e
sui volti di alcuni non è per la morte il dolore maggiore.
La sua campagna  si contorce mentre ne vede passare il corpo,
sembra pensare: io ti ho cresciuto forte e tu torni da morto!,
là dove è sepolto ogni tomba si scalda d’un sole accanito
e là Martino riposa protetto dall’ombra del suo ciliegio fiorito.

martedì 20 dicembre 2011

Diogene di Sinope e la scuola cinica

La natura del primordio non ammette classi,
e il sovverso crebbe lento nella critica prassi,
io mi innalzerei, immolando dei,
sulle logiche che in Diogene trassi.....
Il cerbero padre dell’Ade generò figli senza vergogne,
peripatetica corte pose la morte sulle sue insegne,
crebbe forzuto negli anni forzando recinti di forgia ateniese,
distrusse tabuiche sostanze figliando consigli che Cratete intese.
Decuplica effetti a lui cari fornendo tettoie e ripari a coscienze,
patetico regno dei morti parrebbe posticcio ponendo parvenze,
il tempo ricusa chi accusa, prefigge ed infligge se per Demonatte
sono  i mercanti che ingrassano a forza i loro più grossi porcelli da latte.
Ritenne pagani contenti gaudenti di intenti e potenti franchigie,
sostenne onanismo e invettiva teorici elogi delle callipigie,
putiferofomentatori: la vita e la morte non furono più cruccio,
strutture cresciute a feticcio, cresciute per forza di impiccio.
Meta che diede mai noia fu usare mannaia sul pel Leviatano,
s’agghinda d’orpelli e gioielli l’infausto sovrano che perde il suo trono,
astanti scherniti e puniti da chi adora miti già morti nel senso,
pragmatico altare prepara già bare sfruttando ragioni fungenti ad incenso.
I servi cantavano strofe sagaci, storie salaci conobbero i Traci,
l’ingrato Aristotele meritò feci rendendo infelici i più cinici greci,
io so che il piacere tradisce promesse, la storia che disfa ciò che il mondo tesse
ma in Sinope visse chi disse e corresse che fesse appagasse chi appena potesse.
La natura cresce dentro all’istinto, il sentiero va da Atene a Corinto,
di pastori non ne urgo, la saliva del demiurgo lavo e purgo nel cinismo convinto;
anacoretoretoricotopica lacera critica d’anomalia,
barbelognostica via, Giocasta e la sua fantasia,
emancipa l’etica l’ottica ludica pelvica l’attica pratica impura
cannibalismo e sozzura, no sepoltura!

venerdì 9 dicembre 2011

Mari infiniti

oltre il possibile c’è l’incredibile:
spingi l’immagine  oltre ogni limite!
No, non ti chiudere, non mi deludere,
spingi il pensiero oltre l’ecumene!
Partimmo ad un’ora buona, là il sole saliva ancora,
noi al soldo di sua signora, la corona di Lisbona,
partimmo con vento in poppa la rotta fuggiva i limiti,
noi il peggio del Sud Europa giù in rotta verso gli antipodi.
Muovevamo oltre il confine, giù in file verso l’ignoto e il nostro  fine
 era riempire le stive di file oro
 nonché scoprirne il contorno, dove il mondo va  a fuoco,
molto prima di Colombo, Cabral e Caboto e Caboto

RIT:
-tu passa i confini, sorpassa i confini,
se passi e li sfidi  non passi e non vivi,
tu passa in confini dei mari infiniti,
là i mali più ostili son fitti e riuniti,
tu passa i confini, tu passa ad altri lidi
comparsi i confini oltre i passi dei libri,
comparsi altri lidi ben oltre i pontili,
se passi e li sfidi trapassi fra i miti

Navigavamo su un brigantino:  vela quadra più vela latina,
il capitano era un assassino, la ciurma melma  marina,
lo giuro non fu una vita ma una sfida al’ira divina,
gli scali, gli  scafi a picco, gli squali nella sentina
passarono mesi, anni: furia d’acqua e calma piatta poi la sabbia e dalla gabbia:
 terra!!….. nell’aria rarefatta…
vidi terre d’altri mondi, gli indigeni senza fede:
i Cinocefali,  gli Astomi, i guerrieri da un solo piede,
con pietre e chele abbattentisi a schiere contro noi fieri battenti bandiera portoghese,
lottammo a stenti per mesi sfidando tutte le truppe:
Aragonesi, Genovesi,  le avanguardie mamelucche,
 vidi i Malesi a luna piena bruciare tra le scialuppe,
le galee in quarantena là al largo delle Molucche
e un male immondo sconosciuto al mondo conosciuto
e i corpi morti, i morti a mollo falciati dallo scorbuto

Nord, Sud, Sud-Est, non c’è merito,
viaggio  in ostaggio all’ago magnetico
Sud-Ovest, sudore e silenzi
quattro quadranti: rosa dei venti.
Ma una sera il capitano guardava e pensava in piedi,
cercò invano di strappare al cielo nero i suoi segreti
poi fece saldare i ponti, condannare i boccaporti,
legammo lance e paranchi con corde da 7 pollici
la furia  ci colse e la tempesta fu addosso,
il mare si mosse, mosse, il mare ci morse,
i marinai con l’ascia in mano tagliavan vele e  pennoni
e quelle vele senza cinghie volavano via come aironi

Vidi arrivare i muri d’acqua con onde da trenta metri,
hai mai fottuto, tu fratello, con onde di trenta metri?,
e il fratello che urlò nel vento: -tu affondaci  se ci riesci!!-
quando finì la frase era sotto già  trenta piedi

giovedì 1 dicembre 2011

Quando venne lei


Mauri aveva un mano fatata, votata al disegno da sempre,
la sua camera era un mare di fogli con scogli di matite e tempere,
nessuno come lui rendeva bene i fiori delle orchidee aperte
 o le foglie delle ninfee che accolgono il volo delle libellule….
Maurizio non aveva una donna e conosceva bene il modo giusto e i percorsi per fuggire da sé:
una matita ed un’onda di forme e contorni che invadevano il foglio eleggendolo Re
ma per quanto lui fosse un animo forte e puro anche il suo polso cedette quando venne lei
e i suoi mondi, i suoi sfondi, i suoi sogni, via ai bordi dei fogli … quando venne lei
in Maurizio era viva e profonda  un’orma lasciata dalla  prova di fuga forse verso gli dei,
quest’orma fonda era somma degli anni trascorsi fra i suoi fogli e colori a sognare fra sé:
 l’infanzia passata chino sui  fogli del tavolino e la mano sua da bambino prodigio,genio creativo tracciava
dentro un profilo lì un rigo color turchino ed un mondo si ergeva vivo tra i fogli di un bimbo schivo
Lui che era nato tra le industrie e le sassaie,
sognava di scappare tra i suoni di un temporale,
suo padre una testa calda, sua madre una  schiena stanca,
da grande lei lo sognava elegante in una banca
Quando lui disse a casa “io vado a vivere d’arte”, sua madre tacque e pianse, suo padre lo prese da parte e poi
gli disse: raccogli i tuoi fogli e i ricordi perché se parti non torni
se parti ti scordi i tuoi soldi ,i tuoi sogni
Quando arrivò a Bologna tutto gli apparve come il cielo in terra,
la conobbe che passava sotto i portici dell’Accademia,
Lei aveva la pelle bianca e gli occhi azzurri e diafani,
la prima volta che gli baciò le braccia lui si perse negli attimi
Lei era molto più di una donna sapeva  cullarlo per vedere altri mondi e poi scordarsi di sé
“Questa tua forza è una bomba” pensava l’artista mentre tutto scorreva e lui viaggiava da Re
ma per quanto lui fosse un animo forte e puro anche il suo polso cedette ….  quando venne lei
e i suoi mondi, i suoi sfondi, i suoi sogni via ai bordi dei fogli :…. quando venne lei
Lei lo cercava come se fosse un vero amore
fra i mercanti dell’estro, nelle Big Bo di Piazza Maggiore
poi fu lui a cercarla in continuazione
Fra i mercati all' aperto, i bistrot, dalla "rive gauche" l'odore
-Quando disse ai suoi fogli “si ora è lei la mia partner”, le sue vecchie carte bianche la sua arte
messa da parte e poi
Lei era così dolce da non poterne fare senza,
lui ne impugnava l’elsa e ne coglieva tutta l’essenza
poi la vide aggirarsi fra le persone della stazione,
vide gli amici di poche ore morire per il suo amore
poi vide  zombi senza più cuore sputare dentro un flacone
e con ‘na dose  di metadone fare 2 dosi di metadone

sabato 22 ottobre 2011

Le stesse pietre



Aldo partì al mattino e sul viso nessun sorriso,
nessuno avviso, nessun rinvio e all’improvviso l’addio al suo nido,
il fronte voleva forze e rinforzi pronti dove il conflitto è vivo,
la fronte sugli occhi smorti di chi è in arrivo verso il confino.
Così salì su un treno stanco che intanto iniziò a marciare,
il volto franco e ancora calmo, caldo dei baci della madre,
il corpo maschio saldo a ogni sobbalzo si lasciava andare,
fuori il paesaggio, in Marzo, declinava fino ad indicare il mare.
Poi fuori a flussi, a flutti, ogni vagone aprì la pancia e via,
soldati a truppe, a ciurme vomitate in terra d’Albania,
vedendo tante vite al fine il cielo allineò le nubi a monito,
sulle file gomito a gomito, verso la  linee del Golico
Fra quei monti alti i lampi bianchi facevan già paura,
erano gli ampi lanci fatti dagli altri dietro ogni radura
-la montagna sappi Aldo ai fatti è  solo roccia dura e pura -
che porta morte ai i tanti fanti infranti  e nega loro sepoltura     

RIT:
-le stesse pietre e lo stesso  sangue,
le stesse pietre lo stesso sangue,
quegli stessi piedi sulle stesse pietre
che se non resti in piedi non rivedi….
-le stesse pietre e lo stesso sangue,
le stesse pietre lo stesso sangue,
quegli stessi piedi,  quelle stesse gambe
sulle stesse pietre con lo stesso sangue… 

E per la prima volta Aldo  vide quelle terre interne,
vide granate come gemme splendere fra le contraeree,
sentì le saette e il vento flettere le tende fra le vette
e  le vedette spegnersi come fiammelle di sete, freddo e febbre.
Prima un bagliore, un suono poi voli via per sempre,
le  bocche di fuoco per un uomo morto sono scie eterne,
vide la morte fra le tende in cerca fra le carni aperte
fra pezzi d’ossa, pelle e bende intrise, divise in grigio e verde.
Un’altra alba abbaglia e scalda cauta di un nuovo calore
e la mitraglia calda canta e scalpita sopra a ogni costone;
qui ogni fossa che per tutti è solo pietra, fango e terra cava
per i soldati è un salto al salvo, casa, sudario e bara.
….e  il tempo passa e niente cambia  ma niente calma,
niente scalda la vana speranza qui niente campa, 
nella questa landa bianca marciano le stesse scarpe
di chi prende e perde le stesse pietre sporche dello stesso sangue

Dopo mesi e mesi tra i cieli gelidi sotto i fuochi accesi,
sotto i tiri tesi dai fucili fieri di Albanesi e Greci,
Aldo e altri rimasti offesi ora sono fantasmi ciechi,
corpi bianchi e scarni, occhi affranti e stanchi, esausti fra le nevi.
….e se prima Patria era un alto richiamo, un’aura chiara,
ora non è niente altro che un ricordo in calo, una speranza rara….
così che un colpo d’arma risuonò fino alla piana
- guarda mamma Sto arrivando: Aldo sta tornando a casa!-


Ispirato al romanzo di G.Bedeschi, “Centomila gavette di ghiaccio”

martedì 7 giugno 2011

Tornava l'albatros

Tornava l’albatros
dopo un inverno eterno, immerso da un pezzo nel riflesso immenso e terso dell’oceano,
tornava allora nell’ora del cielo viola d’aurora
dopo un inverno denso trascorso dentro la noia d’oro d’Europa.
Solo allora planando dai piani alti tra i raggi caldi,
tra i canti degli altri scorgeva i suoi caldi e cari caraibi,
vide le fronde dei manghi, le foglie dei mandorli,
le onde del porto infrangersi di colpo sulle frotte dei granchi bianchi.
Aveva l’occhio dei grandi falchi e planando guardava
mentre la piana esalava l’aroma dolce delle guayabas,
nessun’altra spiaggia chiara chiamava una altrettanta alba,
niente equiparava il panorama della plaza tra le luci della baia.
In quel momento il cielo era argento e smalto, intenso e caldo
poi magenta e arancio e in fondo solo un accento di bianco
e lui contento e stanco ma ancora attento e scaltro
trovava il compenso dei sui viaggi nei villaggi di menta e calicanto.
Ricalibrando vista e udito rivide il suo nido,
si rivide più piccolo nello stesso sito da cui era partito
poi si appoggiava stranito ad un cippo in granito sbiadito,
fradicio in ogni piuma di spuma di salnitro.

RIT:
Forse su, su nel vuoto l’aria sembra la stessa,
ma qui giù  sopra il suolo qui la terra si è persa,
c’è una terra diversa, …..poi, poi, poi….

Ma qualcosa differiva e non era nel clima,
qualcosa  non capiva  rispetto alla prima stima,
lui cercava la vita, la città attiva, la città antica ma
trovò  solo una corte e lì la morte regina,
Tra le case, le piane e i palazzi in rovina,
guardò il viale per la cattedrale, le strade per la capitale,
le stanze delle varie case, stalle, aie, scale,
tra le gabbie di iguane, in ogni nave per la Martinica;
cercò la vita e trovò l’isla deserta,
più a sud, più a sud sempre l’isla deserta:
solo corpi riversi sotto a  posti diversi, divelti,
 l’odore di camelie soffocato della fogna aperta.
Questa sua terra di uomini fieri,
resistente per millenni a bucanieri ed inglesi, si chiese:
-quale male può portare tanto morte per tutto?
quale male sa contare e spinge il carro al crepuscolo?-
Vide i lutti tra la tende di juta,   
pensò fosse il colera a riempire ogni buca,
uno strano colera: variante più arguta
che colpiva alla schiena
con  un colpo di grazia alla nuca

l’albatros, sì, cominciava a capire,
non gli  rimase che patire e partire,
il vento tossiva lui pensava che in fine
peggior male di una terra è la sua guerra civile


 liberamente ispirato al romanzo di G.G. Marquez, "L'amore ai tempi del colera"

venerdì 27 maggio 2011

Piccolo mondo antico pt.II




Avvertì i brividi nitidi rivedendo quel posto:
i raggi obliqui tra i glicini e sulle immense pianure d’orzo.
Il  borgo era avvolto nel sonno
ma lui ne riconobbe ogni bordo, ogni scorcio.
Ma un ricordo è una luce che sopravvive al tempo e sfida  tempo fino a sparire mai
riconobbe ogni metro, ogni spanna
e il ronzio di ogni ape su ogni fiore di salvia.
Quando rivide  la sua casa vide un corpo senz’anima,
la vide invasa e divorata dall’erba  selvatica,
entrò e li rimase nel silenzio più grave
e riuscì ad ascoltare la voce di ogni trave.
si rivide bambino, col fienile di sfondo
quando appoggiava la mano nellla mano del nonno
ed era un cosmo in un cosmo con un moto contiguo
e l’unione delle mani stabiliva il continuum..